Vc nel 2020: le startup diventano una cosa seria

Laura Magna
Laura Magna
29.4.2021
Tempo di lettura: 7'
L'anno pandemico ha dato una spinta poderosa al vc italiano che ha raccolto 708 milioni in 306 operazioni, secondo il Report di P101 sul settore. Ma non è solo una questione dimensionale: aumentano gli attori interessati a investire (dalla corporate agli investitori stranieri, fino al retail e persino lo Stato) e si sperimentano le prime exit. "Ce ne saranno altre nel corso del 2021", dice Andrea di Camillo, founder e ceo di P101
Se c'è un vincitore italiano assoluto nell'anno della pandemia quello è il venture capital. Lo dimostrano i numeri contenuti nella quinta edizione del report di BeBeez per P101 SGR sul mercato del Venture Capital (focalizzato sull'Italia ma con uno sguardo anche a Europa e USA). Cinque anni che sono stati quasi un'epoca geologica per un settore che nei primi sei anni di vita, dal 2012, ha stazionato intorno ai 100 milioni per fare nel 2018 un primo cambio di passo in termini quantitativi e poi esplodere nel 2020.

Ci sono stati una serie di fenomeni convergenti: l'accelerazione della digitalizzazione, i famosi 10 anni in 8 settimane di Bank of America, che ha portato una veloce e capillare penetrazione dell'e-commerce in tutto il mondo e a tutti i livelli. Ma anche un richiamo delle grandi corporate verso innovazione e startup. Senza considerare la “scoperta” del venture come asset class interessante per gli investitori nostrani, dal retail ai family office.

Numeri boom: 780 milioni di raccolta nell'anno del Covid


Nel 2020 gli investimenti condotti da vc, holding di investimento, cvc, business angels ed equity crowdfunding sono ammontati complessivamente a 780,5 milioni per un totale di 306 round rispetto ai 605 milioni in 244 operazioni del 2019. La prima edizione del report di P101 invece registrava, per il 2016, una raccolta di 165 milioni di euro di cui 104 attribuibili al solo venture, su 128 operazioni, condotte su 87 società. Certo, siamo ancora lontanissimi dai competitor Ue per non dire dagli Usa (il mercato globale ha cubato 300 milioni di investimenti e 391 in exit, un dato che è un record assoluto). “Ma c'è un dato importante – dice Andrea Di Camillo, founder e managing partner di P101 – che per la prima volta la convergenza di interessi verso le startup, da parte di corporate, family office, investitori retail e anche da parte dello stato ha reso tangibile che si tratti di temi d'investimento reali”.

Tanto che ci sono state exit importanti: e anche questo, per il nostro mercato, è un dato inedito. "E dall'estero gli investitori hanno iniziato a guardare con interesse le nostre startup – dice Di Camillo – mi aspetto nei prossimi mesi nuove operazioni di rilievo, che alimenteranno il sistema con risorse fresche”.

Non si cresce solo in quantità


Una crescita che dunque non è avvenuta solo in quantità. Le exit hano visto per esempio Campari su Tannico (in cui a vendere sono stati il fondatore, il veicolo Boox srl e P101 Sgr) e Iccrea Banca con Satispay, che ha ceduto quote per 25 milioni di euro nel corso dell'operazione di aumento di capitale dello scorso novembre.

A tirate la volata, non solo in Italia, nel 2020 sono stati i Corporate Venture Capital, che hanno partecipato nel nostro paese a 29 operazioni nel corso dell'anno. Si tratta di un trend che potrebbe imprimere ritmi di crescita al settore mai visti prima e rendere più dinamico il finora statico scenario delle exit. Quindi da un lato abbiamo visto investitori industriali, sollecitati da pandemia e lock-down, che hanno affiancato gli operatori nell'investimento in giovani aziende innovative, in ottica di open innovation. Dall'altra grandi aziende che si sono rivolte alle migliori startup in portfolio agli operatori specializzati, per portare innovazione rapidamente a bordo. In ordine temporale (e non esaustivo): Poste Italiane che a maggio 2020 ha investito in Milkman, scale-up specializzata nell'ingegnerizzazione del last mile delivery, Campari che il mese successivo ha acquisito il 49% di Tannico (vendita di vino online) Genextra che in agosto ha finanziato la startup Innovheart (transcateteri della valvola mitrale)  Intesa San Paolo che nell'ottobre 2020 ha partecipato all'investimento nell'azienda di domotica design iotty fino a Banca Generali che nel mese di novembre è entrata nel capitale della fintech Conio.

Il boom degli investimenti cross border


E poi gli investimenti cross border: il 2020 è stato l'anno in cui Satispay ha ricevuto l'impegno di colossi come Lgt Lightstone, Tencent e Square; Enthera ha visto entrare nel capitale Sofinnova Partners, AbbVie Ventures e JDRF T1 Fund, fino al più recente Casavo che in questo marzo 2021, oltre ad aver incassato l'impegno di Goldman Sachs a sottoscrivere ben 150 milioni di euro di Venture Debt, ha annunciato un round da 50 milioni di euro di equity guidato da Exor Seeds, il veicolo di Venture Capital di Exor, affiancato da P101 e Italia 500 di Azimut Libera Impresa Sgr (gestito in delega sempre da P101) e al fondo spagnolo Bonsai Partners. Sempre nel 2020 si sono fatte valere le scaleup a matrice italiana ma con sede all'estero come le fintech Supply@ME, Yapily e TrueLayer, la piattaforma per il riconoscimento biometrico Keyless e su tutte, a marzo 2021, la Kong fondata da Marietti e Palladino che ha ricevuto fondi per 100 milioni di dollari e che ora, con una valutazione da 1,4 miliardi, è entrata a tutti gli effetti nell'olimpo degli unicorni.

Il venture è l'asset class alternativa più redditizia da dieci anni


Il venture è anche un investimento e offre rendimenti molto interessanti. “L'unico dato attualmente a disposizione è quello Aifi/Kpmg di luglio 2020 – dice Di Camillo – che indicava (su numeri 2019) un Irr lordo aggregato del 14,8% calcolato su 10 deal, in aumento dal 4,4% del 2018 calcolato su 33 deal. Se questo dato continuerà a confermarsi su campioni più ampi e sul lungo periodo, è segno che il nostro Paese sta imboccando la giusta strada e quasi raggiungendo i rendimenti registrati nelle grandi economie in cui il Venture rappresenta una strategia di investimento ormai consolidata”.

Anche perché si tratterebbe di una metrica molto simile a quella del mercato Usa a fronte di dimensioni imparagonabili. E vicina anche a quell'Irr mediano netto del 18% da parte dei fondi vintage 2017 (dati Preqin) che rende il venture la strategia di investimento alternativa più performante per il decimo anno consecutivo.

“Forse – continua Di Camillo – è un segnale che se le risorse aumentano e le nostre startup vengono messe in grado di liberare le loro capacità, i risultati si vedono”.

Fintech sul tetto del mondo, seguito da pharma e foodtech


Il settore che ha attratto più investimenti resta il fintech, che in base ai dati analizzati dall'Osservatori P101, da solo ha raccolto oltre il 30% del totale arrivando a 244 milioni e 32 operazioni Anche il settore farmaceutico-biotech ha vissuto uno sprint, in Italia come in Europa e ha visto le startup del comparto raccogliere oltre 120 milioni di euro (15,5% del totale) in 56 round. Già nel 2017 era emerso il trend del foodtech (e-commerce e consegna a domicilio di cibi freschi direttamente dai produttori) che nel 2020 è stato spinto dall'emergenza Covid-19: con oltre 88 milioni di euro raccolti (11,3% del totale) e 44 round. La tendenza continua anche nel 2021: a gennaio 2021 Cortilia, la scaleup foodtech ha infatti incassato 34 milioni di euro di investimento, erogati dal family office Red Circle Investments di Renzo Rosso insieme ai fondi e i precedenti investitori della scaleup, cioè Indaco Ventures, Five Seasons Ventures, Primomiglio Sgr e P101 Sgr.

I nuovi attori degli investimenti in startup


In Italia ha inoltre fatto un suo più organico e sistematico ingresso sulla scena anche il Venture Debt, fino a due anni fa quasi non presente nelle statistiche del Venture Capital italiano. Il debt compare in effetti nel 2018 con un round da 30 milioni e ricompare nel 2019 con una seconda singola operazione da 55 milioni. E nel 2020 assume una certa forza grazie a 10 operazioni per un totale di 75,4 milioni.

A prendere forma – e ad aggiungere ulteriori volumi al settore del VC italiano – nel corso degli ultimi 12 mesi ha contribuito anche un altro fenomeno: l'aprirsi di questa asset class anche al retail. A gennaio 2020 è partito infatti il fondo istituito da Azimut e gestito in delega da P101 Sgr – Italia 500 (fondo comune di investimento alternativo di tipo chiuso non riservato) – con obiettivo 40 milioni che nel giro di poche settimane ha raggiunto il proprio target attraverso il collocamento presso circa 2.000 investitori retail.

Il retail ha partecipato inoltre a 12 campagne di equity crowdfunding a favore di veicoli destinati all'investimento in startup con una raccolta complessiva di circa 24 milioni e 1.050 investitori coinvolti. Al segmento, infine, negli ultimi 12 mesi, si sono accostati con maggiore slancio e interesse, anche i family office facenti capo a famiglie o singoli più o meno noti e/o già attive nell'attività di investimento in startup, spesso con investimenti dal loro business di origine: da Nerio Alessandri con la sua Welness Holding (Boom) alla famiglia Rancilio con Rancilio Cube  fino alla Red Circle di Renzo Rosso (Cortilia)  passando da personaggi “insospettabili” come Zlatan Ibrahimovich (Dante Medical Solution) e Luca Argentero (Befancy.fit).

Entra anche lo Stato


Il 2020 è stato infine anche l'anno del debutto di Cdp Venture Capital Sgr - Fondo Nazionale Innovazione (come è stata ribattezzata Invitalia Ventures Sgr una volta passata sotto il diretto controllo di Cassa Depositi e Prestiti) ereditando la gestione dei precedenti fondi gestiti da Invitalia Ventures SGR, cui si sono poi aggiunti una serie di nuovi veicoli.

Sempre dello scorso 2020 è stato l'impegno diretto del Governo nel trasferimento tecnologico. Una volta allocati completamente gli impegni della piattaforma ItaTech, lanciata nel 2016 da Cdp e Fei, nel 2020 il Governo ha varato un nuovo programma di investimento, costituendo la Fondazione Enea Tech, che gestirà il primo fondo italiano di matrice pubblica dedicato al trasferimento tecnologico, con una dotazione iniziale di 500 milioni di euro e che diventerà operativo nel corso di questo anno.

Certamente ci sono aspetti ancora da mettere a punto. Bisogna snellire i processi e abbattare le burocrazia: “bisogna adottare un approccio differente dal punto di vista culturale – afferma Di Camillo – In Germania una startup impiega due mesi per nascere e raccogliere il primo mezzo milione. In Italia forse due mesi servono per prendere appuntamento dal notaio. Il meccanismo è ancora incagliato e questo genera perdita di competitività di tutto il sistema".

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